Conosci te stesso

Socrate diceva “conosci te stesso”. Dall’anno della sua condanna sono passati secoli, e ancora oggi questa frase rimbomba nella nostra coscienza come un principio ormai assimilato. Non credo, nonostante il potere che l’uomo pensa di detenere su di se, che la specie umana sia arrivata a una piena conoscenza di ciò che ha dentro.
Il mondo che ci circonda ci riempie di fatti, eventi, di distrazioni, quelli che Pascal definiva “divertissement“, tutte quelle cose che devono riempire proprio quello spazio oscuro tra l’uomo e se stesso; quelle cose cioè che ci permettono di non pensare al senso della nostra esistenza, che dopo secoli di filosofia non è ancora stato trovato e forse non verrà colto mai.
Ci sono momenti nella nostra vita in cui siamo costretti a riflettere, a prendere decisioni che potrebbero cambiare il flusso del nostro vivere: e allora, lì, ci si ferma; l’uomo di Pascal non può resistere al tedio che quel pensiero continuo gli apporta, non può sopportare il peso delle sue riflessioni.

Oggi quei “divertissement” sono cambiati e moltiplicati rispetto al ’600, ma l’uomo no; o almeno, ancora oggi egli si sente soffocare: prigioniero del tempo, della società, del lavoro, dei soldi, egli dovrebbe abbattere tutto ciò che in lui c’è di non umano per “fermarsi” e conoscersi. Viviamo in una società degenerata che ci ha trasformati: l’uomo dovrebbe vivere tranquillo, nella sua capanna, con i beni essenziali e gli affetti famigliari; egli non dovrebbe preoccuparsi della banca, della posta, di non “avere tempo”, di “fare tardi”; l’uomo vero non ha Dio, non ha peccato, non ha vergogna, non ha morale. Tutto ciò di cui noi siamo impregnati non è umano.

Guardando paesaggi come quelli della Nuova Zelanda, o il mare, l’oceano, i boschi, le praterie, di tutti quei luoghi poco o per niente contaminati dall’artificiale mano umana, mi rendo conto di quanto ci siamo discostati dalla nostra origine naturale; combattiamo quasi contro essa, contro Madrenatura. Lottiamo per riservarci il nostro spazio sulla Terra, quasi che qualcuno minacci di cacciarci via. Non ci rendiamo conto di combattere contro noi stessi, contro colei da cui tutto deriva e quindi dalla nostra stessa fonte.

Se l’uomo avesse accettato la sua condizione, se l’uomo di Nietzsche fosse veramente giunto, sopportando l’eterno ritorno dell’identico, privandosi della morale, se l’uomo si fosse integrato tra i suoi simili, ovvero tra ciò che è naturale, e avesse riconosciuto i proprio limiti… quanti se. La mente dell’uomo forse non poteva arrestarsi a ciò che era la sua origine, l’uomo ha bisogno di conoscere.
Prima di ricevere critiche come “vai contro il progresso” vorrei chiarire cosa significa per me questa parola che caratterizza la nostra società.

Progresso vuol dire migliorare: ma stiamo migliorando? Non credo. L’uomo non è supportato per tutti gli stress che si è creato nel corso dei millenni; quella moltiplicazione di bisogni, di cui parlava Platone, è oggi il nostro pane quotidiano. Proprio Platone, come un profeta, descrisse la società degenerata come una moltiplicazione dei bisogni nella sua antitesi tra ricchezza e onestà.
Capisco ora a cosa quel filosofo si riferisse: per la sete di successo, di progresso, di rendere sempre tutto più facile e più veloce l’uomo sta perdendo se stesso. Televisione, aria condizionata, macchine, tutte cose che facilitano la nostra esistenza ma da cui derivano danni irreparabili per il nostro essere uomini.

La cultura dell’immagine, dell’apparenza, di cui oggi siamo zuppi: da dove viene? Cos’è questo bisogno di esteriorità? Si può parlare di bisogni o forse meglio capriccio? Ecco. Il progresso di oggi è un capriccio. Tutto è diventato necessario quando invece tutto ciò che basterebbe a un uomo per essere felice è capire quella frase e vivere per essa. Conosci te stesso.

Scritto da il 24/10/2011

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