Crisi economica: e se il Vaticano pagasse l’Ici?

All’ombra della crisi economica e delle disperate manovre finanziarie sembrano voler sopravvivvere, ancora oggi, i privilegi di chi possiede uno status sociale più agiato. In primis, benefici fiscali che creano guadagni netti impressionanti. Un esempio? Miliardi di euro risparmiati dallo Stato Vaticano grazie all’esenzione dalla tassa dell’ICI. Forse è davvero arrivato il momento che qualcosa cambi.

All’indomani della crisi economica, delle speculazioni internazionali e dei ripetuti crack delle borse mondiali, l’Italia si ritrova in evidenti difficoltà economiche. La risposta, targata Giulio Tremonti (Ministro dell’Economia e delle Finanze), non si è fatta attendere: pronta e approvata una manovra finanziaria capace di incamerare ben 50 miliardi. A pagare, tuttavia, saranno sempre gli stessi. L’aumento dell’IVA (dal 20 al 21%) toccherà la stragrande maggioranza dei beni di consumo, dal carburante alle sigarette… saremo testimoni di un sostanziale aumento.
Ma dai recenti dibattiti politici ormai tramutati in vere e proprie bufere fuoriescono, com’è solito nel nostro Paese, degli “intoccabili” muniti di scudi economici e politici.

La denuncia lanciata in Parlamento dall’opposizione (Radicali) nei confronti delle esenzioni fiscali di cui gode lo Stato Vaticano ha nelle ultime settimane svelato segreti e cifre da capogiro, vediamole nel dettaglio: il solo patrimonio immobiliare dello Stato Pontificio è pari a un quarto di quello Nazionale (circa il 20-22%, stima di Franco Alemani del gruppo RE). Per rendere meglio l’idea: un quarto della stessa città di Roma è di proprietà del Papa. Ma ciò che realmente stupisce è che uno dei patrimoni immobiliari più grandi del mondo sia del tutto esente dalla tassazione ICI (Imposta Comunale Immobili).
Un articolo dell’Espresso, la “Santa Evasione” a cura di Stefano Lidotti, riporta alcune cifre ipotizzate da due scrittori e giornalisti italiani: Curzio Maltese, in “La Questua”, parla di un’esenzione fiscale pari a 4 miliardi e mezzo di euro l’anno, addirittura 500 in più di quelle che spettano al nostro apparato politico. Piergiorgio Odifreddi raddoppia quasi la cifra stimando 6 miliardi di risparmio netto. Non pochi soldi in periodi come questi. Com’è possibile allora tutto questo?

Sin dai Patti Lateranensi del 1929, lo Stato Pontificio ha beneficiato di privilegi fiscali e non solo. Per risolvere la questione Romana, il Regno d’Italia pagò una cifra pari ad 1.700.000.000 delle vecchie lire come rimborso dei danni subiti dal Vaticano, promulgò una legge per risparmiare al clero il servizio miitare, dichiarò il cattolicesimo religione di stato ed eliminò la richiesta di giuramento del Papa all’Italia. Ma non finisce qui: oltre mezzo secolo dopo, il 30 Dicembre del 1992, il Decreto Legislativo n. 504 del Governo Amato stabilì alcune esenzioni relative agli edifici di culto della Chiesa Cattolica, e anche se la Consulta le bocciò nel 2004, risorsero con il Decreto Legge del 17 Agosto 2007, varato dal Governo Berlusconi, quando furono addirittura allargate agli stabili di tipo commerciale. L’impressione è che ci sia una lobby cattolica irremovibile, capace di spazzare via, nell’autunno del 2007, una proposta di Legge del Governo Prodi che proponeva di reintrodurre l’ICI per gli immobili commerciali del Vaticano: 240 contrari e solo 12 favorevoli. E un’altra rapida vittoria è arrivata lo scorso 5 settembre con l’accantonamento immediato della stessa Legge riproposta dai radicali.
Aveva ben predetto l’alfiere della protesta radicale, il Parlamentare Maurizio Turco: “Oggi c’è più attenzione mediatica del passato, ma alla fine non se ne farà nulla”. L’ottimismo non sembra davvero poter esser laico in questo Paese.

Eppure qualcosa si è smosso. In momenti di crisi come questo non c’è spazio per vicissitudini di vecchio stampo capaci di limitare la concorrenza sul mercato immobiliare a favore del Vaticano, privato anch’esso in quanto proprietario di molti immobili commerciali che rimangono pur sempre vincolati dallo scudo fiscale. Una denuncia per la violazione dell’Antitrust (norme giuridiche poste a tutela della concorrenza sul mercato economico) è stata recapitata in queste settimane a Bruxelles alla sede dell’Unione Europea firmata dall’avvocato Alessandro Nucora, dal fiscalista Carlo Pontesilli e dallo stesso Maurizio Turco. Stando alle ultime notizie Joaquin Almunia (Commissario Europeo per la concorrenza, responsabile in materia) ha preso in considerazione l’appello. Il processo è aperto e Almunia avrà 18 mesi per decidere se e come condannare l’Italia.

Che sia l’ennesimo fuoco di paglia o forse una delle prime vittorie laiche del nostro Paese non è ancora chiaro, ma da buoni cittadini italiani non ci resta che rimettere i nostri peccati all’UE nella speranza di non dover pagare ancora per i privilegi di altri. Amen.

Scritto da il 22/09/2011

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