Il colore dei soldi: l’Italia del pallone resta indietro

Parliamoci chiaro: da che mondo e mondo i soldi hanno dominato le dinamiche sociali. Il calcio non sfugge a questa “legge” e con l’entrata in scena di sceicchi e petrolieri si sta assistendo ad un progressivo cambiamento delle gerarchie a livello europeo, con il “Belpaese” che rischia di vedersi relegato in un ruolo di nicchia.

Nella sessione di calciomercato che si è appena conclusa, l’Italia è stata una sorta di supermarket di lusso per i vari club dotati di risorse pressochè illimitate. Basti pensare che le sole cessioni di Eto’o, Pastore e Sanchez valgono qualcosa come 100 milioni di euro. E se i tifosi storcono in naso perchè al posto dei campioni andati via sono arrivati sostituti low-cost, i presidenti si sfregano le mani e si arroccano dietro al nuovo “fair-play” finanziario, che al momento sembra essere un preoccupazione tutta italiana.

Nuovi e vecchi ricchi del calcio europeo sono equamente divisi tra Spagna ed Inghilterra, con l’inserimento delle società russe e del Paris Saint-Germain guidato da Leonardo. Quello che viene spontaneo chiedersi è perchè praticamente nessuno (eccezion fatta per Di Benedetto) di questi grandi magnati non abbia investito nel nostro Paese, preferendo acquistare società meno blasonate delle nostre, con un successivo dispendio finanziario volto a convincere questo o quel giocatore ad accettare destinazioni non proprio gradite.

I motivi sono molteplici: la Spagna, ad esempio, godeva di una fiscalità alleggerita per quanto riguarda le retribuzioni dei calciatori (la cosidetta Legge Beckham) che ha permesso negli anni di offrire ingaggi milionari. Le società inglesi invece possono vantare nel pacchetto gli stadi di proprietà, incentivo molto forte nel momento in cui si acquista un club.

L’Italia dunque resta un passo indietro, vittima di un sistema antiquato, poco attento ai vivai e spesso concentrato sul risultato a breve termine. E come ciliegina sulla torta è arrivato il recente sciopero dei calciatori, spaventati dal dover pagare le tasse che tutti i lavoratori devono pagare. Un pugno in un occhio di questi tempi.

La nostra “Serie A”, una volta meta ambita per tutti i calciatori, rischia ora di occupare un ruolo sempre più marginare nel panorama europeo ed il declassamento nel ranking Uefa con conseguente riduzione dei posti Champions è un ulteriore macigno che dovremo affrontare nelle stagioni a venire.

Scritto da il 02/09/2011

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