Ci eravamo tanto amati: l’accordo Italia-Libia

Recuperando un certo amore per il flash-back, vogliamo ricordare che nell’agosto del 2008 tra il premier Silvio Berlusconi e il Rais libico Muammar Gheddafi è stato siglato l’Accordo di Cooperazione e di Amicizia.
Di cosa si tratta? In pratica il trattato suggella una partnership tra l’Italia e la Libia garantendo collaborazione tra le due nazioni e ponendo fine alle polemiche che si trascinano dal periodo del colonialismo ad ora. A muovere ufficialmente la coscienza del trattato sarebbe stata la volontà di risarcire la nazione libica dei danni causati dal passato coloniale, in particolare a seguito dell’occupazione della Cirenaica e della Tripolitania. Lenire l’indignazione nonché la rabbia del popolo libico costa all’Italia circa cinque miliardi di dollari, pari a tre miliardi e seicento milioni di euro. Fortunatamente la coscienza storica del Rais ha un prezzo, un’asta a cui l’Italia ha voluto partecipare: pagamento concordato in venticinque anni e saldato sottoforma di investimenti in progetti infrastrutturali in Libia, un’interessante modo di delocalizzare all’estero gare di appalti per numerosi rami dell’edilizia.

Tra i progetti più cospicui che il donativo italiano sostenta, si annovera la costruzione di un’autostrada costiera che unisce la Libia con Egitto e la Tunisia. Non solo; l’Italia, maestra nella politica sociale, si è fatta carico anche di istituire borse di studio per studenti libici, pensioni di invalidità per i mutilati vittime delle mine antiuomo italiane, costruzione di alloggi nel territorio libico e restituzione di reperti archeologici. D’altro canto, la Libia si impegna a combattere e arginare l’immigrazione clandestina in partenza dalle sue coste o meglio, l’Italia tacitamente favorisce al leader libico il compito di trattenere e impedire la fughe di centinai di libici esasperati dal regime autoritario e militare del Rais impedendo di fatto la possibilità di richiedere rifugio politico. L’indulgenza del governo italiano nei confronti della quanto meno discutibile moralità del colonnello ha fatto sì che a seguito del tratto di Bengasi gli scambi tra mercato italiano e libico diventassero più fluidi.

Le motivazioni di tipo umanitario hanno nascosto le reali ragioni che hanno spinto a stipulare l’accordo, ovvero la necessità di rafforzare e rendere unica e privilegiata la partnership economica che intercorre tra le nazioni. Ne sono esempio gli investimenti fatti dal fondo sovrano libico a favore della Unicredit – che forse è bene ricordare come nel 2007 si sia fusa con Mediobanca, tra i cui consiglieri si trova Marina Berlusconi - , la generosa concessione energetica fatta all’Eni che a oggi estrae circa il 15% della produzione petrolifera totale, l’ingresso della Libia nel patto di Capitalia (guarda caso la società con cui si è fusa Unicredit) e ancora la partecipazione della Libia in Fiat e Finmeccanica. Se il viavai dei petrodollari del governo libico hanno sanato in parte le casse di grosse aziende, chi ci ha rimesso sono state le piccole aziende che hanno svolto lavori sul suolo libico senza ricevere il pagamento pattuito. Non solo, il fatto che la Libia abbia garantito alle imprese italiane l’esclusività per la realizzazione delle opere ha di fatto contrastato l’attuarsi di una concorrenziale gara d’appalto di respiro internazionale.

L’atteggiamento ondivago del governo italiano dall’inizio degli scontri è stato in gran parte mosso dalla paura di perdere questo ruolo privilegiato nei rapporti economici. Il fatto che la Libia sia il principale fornitore di petrolio dell’Italia con circa il 40% delle vendite, ha fatto passare in secondo piano la parte dell’Accordo che esalta la centralità della Nazioni Unite a salvaguardia e tutela della legalità internazionale. In effetti uno dei punti dell’accordo che già al tempo aveva fatto impallidire i rappresentati delle nazioni unite riguarda il comma in cui l’Italia garantisce la non ingerenza negli affari interni e altresì assicura di non mettere a disposizione i propri territori in caso di attacco ostile contro la Libia. Punto quanto meno controverso per uno dei membri della Nato e come tale impegnato a rimettersi alla guida dell’Onu in caso di violazione dei diritti umani. Ma forse per il governo italiano le bombe sganciate da Gheddafi sulla popolazione inerme così come il reclutamento militare contro i ribelli non sono azioni lesive dei diritti dell’uomo. E del resto sarebbe alquanto grottesco pensarlo, dal momento che è proprio l’Italia ad essere il primo fornitore europeo di armi della Libia.

Il flash-back è terminato. Ad oggi l’accordo di Bengasi è considerato dal governo italiano non più vigente e l’Italia sta a tutti gli effetti prendendo parte ad un conflitto nei confronti della ex amica e alleata Libia.

Scritto da il 24/03/2011

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