Cos’è il Land grabbing

Il colonialismo ha rappresentato per secoli una fonte di ricchezza per i Paesi colonizzatori: ricerca di materie prime per le industrie, conquista di terreni per aumentare le produzioni agricole, ma anche semplicemente di manodopera a basso costo. Oggi che il colonialismo, nella sua veste storica, è ormai scomparso, assistiamo ad un suo ritorno sotto nuove vesti che prendono il nome di Land Grabbing, che letteralmente significa “Appropriazione di terreni”. Ma come si fa ad appropriarsi di un terreno di uno Stato, senza dichiarargli guerra?

Il meccanismo è tragicamente semplice: comprandolo. E non è l’unica differenza con il vecchio colonialismo, dove gli Stati Occidentali depredavano tutto ai Paesi conquistati: qui ci troviamo di fronte a economie emergenti (quelle che potremmo definire come “Secondo Mondo“) che letteralmente mangiano terreni e risorse del Terzo Mondo.

Uno dei primi stati che ha dato il via a questo fenomeno è stata l’Arabia Saudita: avendo un terreno ricco di petrolio, ma povero per le colture agricole, ha comprato migliaia di ettari di terreno in Etiopia, dove poter coltivare riso e cereali per il fabbisogno della propria nazione. E, intanto che c’era, ha anche provato a comprare altri terreni, riuscendo però soltanto a prenderne in affitto in Zambia e Tanzania. Ovviamente il fenomeno non è passato inosservato, attirando ad esempio un colosso come la Cina, alla ricerca di nuovi spazi per i suoi indici di crescita a dir poco vorticosi. Ha così rastrellato oltre 80.000 ettari in Russia, 40.000 in Australia, 70.000 in Laos. In Africa ha fatto poi il grosso degli acquisti, con 2.800.000 ettari in Congo, 2.000.000 in Zambia, più altri appezzamenti più piccoli. Terreni che non solo vengono usati per l’agricoltura, ma che forniscono anche risorse minerarie utilissime per l’industria cinese. Tutto da sfruttare, senza alcun ritorno per le popolazioni locali.

E non sono pochi gli Stati che comprano terreni: oltre ai già citati Cina e Arabia Saudita, si possono annoverare l’India, la Libia, o la Corea del Sud che acquista terreni tramite le proprie industrie, principalmente Hyunday o la ex Daewoo, prima della sua cessione. Ad esempio in Madagascar, nel 2009, la Daewoo ha firmato un contratto per un leasing di 99 anni per 1,3 milioni di ettari di terra, pari a quasi la metà della superficie agricola dello Stato, per farne colture di mais e di alberi da palma nell’ottica di ricavare biocombustibili e materie prime da riportare in Corea. Contando che in quella nazione l’80% della popolazione è povera e vive di agricoltura, con una terra invasa dalle monocolture il rischio concreto è che non ci sarà abbastanza cibo per sfamare le popolazioni locali.


Ma si può parlare anche dell’Etiopia: secondo alcuni ricercatori di Addis Abeba, per una concessione di decine di anni si pagano pochi dollari all’ettaro: un prezzo davvero conveniente per una terra considerata fertile e produttiva, e che infatti è meta ambita per gli acquisti dei Paesi arabi. Il dicastero etiopico dell’Agricoltura e dello Sviluppo garantisce che dei 74 milioni di ettari coltivabili, solo 12 milioni sono usati dai contadini locali: il resto, è tutto in vendita.

Per dare meglio un’idea del fenomeno, possiamo dire che nel corso del 2009 sono stati venduti a investitori privati e ad altri Stati oltre 40 milioni di ettari di terra, una superficie che equivale quasi alla Svezia. Si calcola che da qui al 2050 ci sarà un aumento della produzione agricola mondiale di oltre il 75%, per far fronte alla crescente richiesta di consumi alimentari, ma anche per il crescente utilizzo di colture agricole per la produzione dei carburanti biologici. Secondo delle stime della OCSE/FAO, nei prossimi decenni si assisterà ad una perdita di terreno, da parte delle industrie agroalimentari, a favore delle agroindustrie, che sfruttano i terreni per avere materie prime o, appunto, per la produzione di carburanti ecologici naturali. Ma anche, più semplicemente, per avere il controllo su ampi appezzamenti di terreno, validi come fonte d’investimento e di controllo sulle fonti d’acqua: uno scenario che viene avallato e favorito anche da molto banche europee, che porta ad una diminuzione dei terreni per il fabbisogno alimentare. Un esempio concreto sono le coltivazioni fra Kenya, Etiopia, Senegal e Guinea della jatropha, una pianta locale non commestibile utile però per la produzione di biocarburanti: coltivazioni che occupano quasi 1 milione di ettari di terreno.

Parlando poi delle materie prime, si scopre come la Cina oggi controlli buona parte dei mercati di rame, di alluminio, di zinco, di nickel. Anche il petrolio rientra in questa storia: la CNPC (China National Petroleum Corporation) controlla buona parte dei giacimenti in Sudan, Ciad, Congo, Angola e Repubblica Centrafricana. L’espansione continua, visto che l’Argentina ha già concesso centinaia di migliaia di ettari di terreno (e pare intenzionata a cederne ancora); fortunatamente sembra che altri Stati del Sud America la imiteranno.

Il punto principale non è tanto lo sfruttamento di milioni di ettari di terreno per le coltivazioni agricole o per l’estrazione delle risorse, quanto la totale mancanza di sviluppo nei Paesi interessati: addirittura in diversi casi non c’è nemmeno una reale ricaduta in termini occupazionali, dato che alcune nazioni preferiscono portare propri concittadini a lavorare su quelle terre. E’ il caso dell’India, ma anche della Cina, che preferisce addirittura usare decine di migliaia di carcerati per lavorare la terra. E i prodotti non vengono per nulla immessi nel circuito interno del Paese dove vengono coltivati, ma portati subito in patria dagli sfruttatori.

E’ pur vero che l’Unione Africana sta tentando di contrastare questo fenomeno invitando i singoli Stati aderenti a non vendere ne affittare terreni a nessuno, incoraggiando a loro volta gli investimenti di ogni singolo stato sul proprio territorio, o quanto meno ad accettare contratti di vendita o affitto di terreni che includano un reale ritorno economico e produttivo al proprio paese. Ma spessissimo i governanti si lasciano convincere dalle ingenti somme offerte, nonostante queste risultino essere irrisorie rispetto al reale valore della terra, comportando inoltre una perdita di controllo sulle terre cedute.

Esiste anche una campagna di sensibilizzazione, chiamata “My land is mine“, che informa sui rischi di queste cessioni di massa e sui benefici che si potrebbero avere da un reale sviluppo delle proprie terre per proprio conto, campagna che si inserisce nel progetto multidimensionale “Haven”, il quale traccia le linee guida per uno sviluppo sostenibile a lungo termine.

Sarà realizzabile? Molto probabilmente no, speriamo soltanto che un etto di pane non arrivi a costare come un’oncia d’oro.

Scritto da il 01/02/2011

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