Report concerto Kings Of Leon – Bologna 2010

Era  quasi un anno che non andavo ad un concerto in un palazzetto: tanto è passato da quel 26 gennaio in cui la neve non mi ha impedito di farmi 200 e passa km per andare al Palasharp a Milano e venire risucchiato dalla marea umana giunta per assistere agli Arctic Monkeys.

A questo giro però, non si trattava di un concerto da me tanto atteso: in realtà per i Kings Of Leon ho potuto usufruire di un accredito che mi hanno indotto sia ad ascoltarli nella loro intera produzione che a saggiarli in quanto a resa “live” alla Futurshow Station di Bologna.

Arrivo alla location e per caso mi trovo recapitato nelle tribune: un cancello era aperto ed incustodito. Mi rendo conto che la folla è enorme, accalcata davanti ad un palazzetto riempito per tre quarti e pronta ad attendere gli headliner. I The Whigs, gruppo spalla, si sono già esibiti e me li sono persi: vabbè, avevo ascoltato pochi e non incoraggianti pezzi, subito additandoli come cloni dei più noti colleghi in scena quella sera: me ne han poi parlato come di una band più “rockeggiante”, probabilmente più affine al primo sound dei Kings, quello dei primi e “genuini” due album.

Esco, prendo il mio biglietto e raggiungo le altre in mezzo alla folla, a circa 10 metri dal palco. Noto in primis l’eterogeneità degli spettatori: molti uomini, ragazzi e ragazze ben oltre i vent’anni, addirittura una coppia oltre la quarantina. Non certo quello che mi aspettavo di un gruppo che ha la fama di “gruppo da teenager”.

Dieci minuti ed il boato della folla mi fa capire che è avvenuto l’ingresso dei giovani Followill.


Un bell’impianto di luci e tre maxischermi (due ai lati e uno seminascosto dietro allo stage)  formano un notevole impatto visivo, cui si aggiunge quello sonoro: in primis non può non colpire il setup della batteria, con quel suono garage più affine a certe sonorità hard rock e metal, molto più pesante che su cd.
Davanti a me il fratello minore e bassista Jared disegna trame molto ben ordinate, piazzando linee ritmiche veramente perfette. Dalla parte opposta, il cugino degli altri tre Matthew si disimpegna discretamente come chitarra solista, mai eccedendo nel suo compito. Ma la folla (me compreso) era giunta fondamentalmente per saggiare le doti canore (e fisiche, direbbero le donne presenti) di Caleb Followill, che esegue una prova all’altezza del suo compito, nonostante una tecnica non eccellente (sembra non usare il diaframma quando canta, e andare di gola); a quello compensa un cuore grande così, il quale il più delle volte risolve anche i numerosi problemi che ahimè non sono mancati (in “Mary” salta l’impianto e si sentono solo le loro casse, spie e amplificatori, nella successiva “The Immortals” Caleb informa il pubblico e i tecnici che non si sente in cuffia, e si nota nel pezzo dove ahimè finisce per stonare).

Guardando la scaletta, buona parte di essa è dedicata alle ultime produzioni quelle che gli hanno procurato un successo straordinario sul piano delle vendite piuttosto che su quello dei giudizi critici: oltre a Come Around Sundown, con Crawl ad aprire le danze, grosso spazio è dato agli inni di Only By The Night, il loro precedente e più famoso lavoro. Pochissimo spazio al loro debut (un brano, Molly’s Chambers) e al secondo disco (due, The Bucket e Four Kicks) fanno capire che non è più il momento per quel bel sound southern che avevano un tempo. Ora si devono accontentare gli ulteriori e superiori estimatori che conoscono a memoria i più patinati singoloni come Radioactive (in heavy rotation sui media di massa musicali), Pyro, The End, Mary e On Call. Fino ad arrivare alla fine, coi migliori pezzi piazzati giusto lì, per rendere speciale l’evento. Use Somebody chiude la prima parte di concerto, tra i cori di tutti i presenti. Nell’encore, con la voce di Caleb davvero agli sgoccioli per la prova sostenuta fino a quel momento, si ricomincia con Closer a fare da quiete prima della tempestosa Sex On Fire, che fa ballare platea e tribune insieme.

Un concerto che in definitiva ha fatto risaltare la loro capacità di emozionare e trascinare il pubblico, certo una fetta vastissima, ma che ha di fatto segnato un solco tra il loro passato e il loro presente, fatto di melodie catchy facili da ascoltare, ma ancora più facili da dimenticare con l’andare del tempo.

La scaletta:

Crawl
Molly’s Chambers
Radioactive
Fans
Revelry
Mary
The Immortals
The Bucket
The End
No Money
Four Kicks
Notion
Pyro
On Call
Back Down South
Manhattan
Knocked Up
Use Somebody

-  Encore:
Closer
Sex On Fire
Black Tumbnail

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Scritto da il 13/12/2010

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