Elezioni 2013: Monti, l’Italia e l’Europa

mariomontiL’Italia sull’orlo del baratro, l’Italia come la Grecia, l’Italia minacciata da una forza oscura e terribile chiamata spread. Mario Monti come Bruce Wayne, irrompe dal cielo frantumando le vetrate della sala ricevimenti, strappa la bella dalle mani del Joker, e la porta via con sè, al sicuro. Gli astanti lo acclamano, gridano il suo nome, festeggiano la liberazione: il pericolo, ormai, è alle spalle.

I signori presenti a quel ricevimento, nel Novembre 2011, si saranno scoperti piuttosto contrariati dal dover assistere, a distanza di un anno, ad un precipitare ancora piu’ drammatico della situazione, con il crimine che a Gotham City dilaga incontrollato e incontrollabile, nonostante le continue rassicurazioni delle autorità. Gli ultimi dati Eurostat parlano chiaro: il tasso di crescita dell’Italia nel 2012 è diminuito in media del 2,1% rispetto al 2011, in un contesto di contrazione dello 0,6% per l’Eurozona. Conferme in questo senso anche dal Bollettino di Gennaio della Banca d’Italia, in cui si evidenzia una riduzione del reddito disponibile reale delle famiglie del 4,3%, e un aumento della disoccupazione di 2,1 punti percentuali, rispetto al 2011, certificando un tasso di disoccupazione ufficiale in Italia al 10,8%. Il debito pubblico si attesta nel terzo trimestre del 2012 al 128% del PIL, con un incremento di 7,4 punti percentuali rispetto al 2011. Inoltre, nell’ambito della presentazione del Decreto Salva Italia, il Governo stimava un deficit tendenziale del 2,6% del PIL nel 2012 (ovvero il fabbisogno dell’amministrazione pubblica eccedente le proprie risorse, tendenziale nel senso di previsto), ereditato dal Governo Berlusconi, puntando a ridurlo al 1,6% per poi azzerarlo nel 2013: i recenti dati della Banca d’Italia confermano, al contrario, che dopo l’anno di Governo Monti tale valore si attesta al 3%, addirittura superiore alla stima dello stesso Governo in assenza di azioni correttive.

Tutto questo, si capisce, ma è importante ribadirlo, è aggravato dalle peculiari condizioni in cui il Governo Monti è stato eletto. Lapsus. Non è stato eletto. E’ aggravata, questa pessima performance di governo, dall’ostentazione continua e ripetuta di una fiducia cieca e idolatrante nei confronti delle istituzioni Europee, veri mandanti dell’esecuzione materiale della catastrofe che vive oggi l’Eurozona.

L’inopportunità delle misure di austerity in un momento di stagnazione economica o recessione è confermata dai numeri sopra riportati, oltre che da qualunque economista assennato, tra cui il premio Nobel Joseph Stiglitz, e dalle performance di altri Paesi, al di fuori dell’Eurozona, che attuano politiche Keynesiane di stimolo per la crescita e per la domanda aggregata, come gli Stati Uniti, tramite azioni di quantitative easing, o il Giappone, che ha recentemente annunciato piani di investimenti che comporteranno l’aumento della spesa pubblica. Le domande che vi state facendo – perché loro sì e noi no? Perchè il Giappone ha un rapporto debito pubblico su PIL superiore al 240% eppure riesce a piazzare i suoi titoli di stato ad un tasso irrisorio, attorno all’1%, mentre l’Italia deve combattere contro lo spread per evitare tassi da usura? Perchè? Perchè? Perchè!? – queste domande trovano risposta in due concetti, piuttosto articolati.

Il primo e’ che questi Paesi hanno sovranità monetaria e dunque libertà di azione unilaterale in manovre di politica monetaria. Questo vuol dire che possono aumentare la base monetaria a discrezione (“stampare moneta”), modificare il tasso di cambio a seconda delle necessità (del 23 Gennaio scorso la notizia di una svalutazione dello Yen da parte del Giappone), o appoggiarsi a una vera banca centrale che possa acquistare i titoli di stato e mantenerne contenuto il tasso di interesse. Tutto questo è negato ai Paesi dell’Eurozona, che si ritrovano nella condizione di dover operare politiche fiscali interne in una valuta che non controllano, come fosse una valuta estera: qualunque spesa a deficit richiede un prestito in tale valuta ‘estera’ (l’Euro) secondo i diktat dei mercati finanziari privati. Tale limitazione ha condotto, nell’impossibilità di effettuare una svalutazione della moneta, per esempio per rilanciare le esportazioni, a quella che viene definita internal devaluation, o svalutazione interna: un insieme di politiche fiscali e nel mercato del lavoro che, tramite la diminuzione drastica degli ammortizzatori sociali e la riduzione della sicurezza del posto di lavoro (la cosiddetta flessibilità), favoriscono l’abbassamento del livello dei salari e dunque del costo del lavoro unitario, e rilanciano la produttività, gli investimenti diretti esteri, e dunque la crescita. Questo strumento, tuttavia, si è dimostrato inefficace e controproducente nel caso che comunemente viene riportato come esempio a cui guardare per i Paesi in crisi dell’Eurozona, ovvero l’esperimento tentato in questo senso nel 2009 in Lettonia.

Il secondo concetto che aiuta a capire dove risiedano le debolezze della struttura istituzionale dell’Eurozona, sta nell’attuale stato di incompletezza dell’Unione Monetaria Europea e nella presenza di individualismi in capo ai singoli Stati, in particolare quelli economicamente più forti (leggi: Germania) che non accettano  la minaccia – presunta, più che reale – dell’inflazione e che rifiutano di condividere il proprio rischio di credito con i Paesi periferici. In altri termini, negano che la BCE possa acquistare titoli dei singoli Paesi sul mercato primario – cosa che risolverebbe tutti i problemi di spread – perchè vogliono essere premiati dai mercati per i loro fondamentali economici (relativamente più) solidi, e negano l’istituzione degli Eurobond, ovvero buoni del tesoro emessi non dai singoli Stati, ma collettivamente dalla BCE, come avviene negli USA per i Treasury Bonds della FED.

In questo quadro, per nulla confortante, il Premier Italiano uscente è caldamente supportato proprio da chi, a livello europeo, preme per un mantenimento dell’ordine di forze e di potere che sussisteva prima della creazione dell’Eurozona. Una ragione per questo, forse, risiede nel fatto di non aver mai alzato la voce – quando anche un bisbiglio sarebbe stato sufficiente – su questioni di vitale importanza per l’economia Italiana, ed Europea, come quelle sopra citate. Da qui nasce la considerazione di asservitismo, di abbandono alle istituzioni sovranazionali colpevoli di malagestione, e di perdita di vista dell’interesse Nazionale che, per un Primo Ministro – dal latino, al servizio del popolo – dovrebbe essere primo e unico imperativo. Non è forse questa la sede per aggiungere che questa forma di distorsione di pensiero possa derivare – o al contrario essere motivo – dal ruolo di chairman per l’Europa nel biennio 2010-2011 all’interno della Commissione Trilaterale, ma forse, per capirla meglio, questa forma di pensiero va analizzata attraverso le parole dello stesso Mario Monti, trascritte da un’intervista rilasciata presso la Luiss University,  con le quali questo articolo si chiude:

Io ho una distorsione che riguarda l’Europa, ed è una distorsione positiva che riguarda l’Europa. Non dobbiamo sorprenderci che l’Europa abbia bisogno di crisi, e di gravi crisi, per fare passi avanti. I passi avanti dell’Europa sono per definizione cessione di parti di sovranità nazionali ad un livello comunitario. È chiaro che il potere politico, ma anche il senso di appartenenza del cittadino ad una collettività nazionale, possono essere pronti a queste cessioni di sovranità nazionale solo quando il costo politico e psicologico del non farle diventa superiore al costo politico e psicologico del farle, perchè c’è una crisi in atto visibile, conclamata. Abbiamo bisogno delle crisi, come dei G-20 o come di altri consessi internazionali per fare passi avanti, ma quando la crisi sparisce rimane un sedimento, perchè si sono messe in opera istituzioni e leggi, per cui non è pienamente reversibile.

Scritto da il 20/02/2013

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